[pubblicato in traduzione tedesca sul quotidiano Dolomiten di Bolzano]

Zenone Sovilla

Nelle settimane scorse abbiamo narrato le tragiche vicende vissute dalle popolazioni bellunesi durante l’occupazione nazista nel periodo 1943-1945, quando la vicina provincia dolomitica fu annessa con Bolzano e Trento al Terzo Reich con l’istituzione dell’entità amministrativa voluta da Hitler e denominata Alpenvorland.

Una delle figure più feroci della repressione della resistenza fu il comandante della gendarmeria di Belluno, responsabile di torture e omicidi durante gli interrogatori: il tenente Georg Karl, che a quanto pare era di Knellendorf (Bayern), mentre i suoi principali assistenti provenivano dal Sudtirolo. La scena dell’orrore era la caserma Tasso, nel centro della città. Dopo la guerra i personaggi più compromessi sono svaniti (molti fuggiti in Sudamerica) e in ogni caso nessuno di loro ha mai pagato per quei crimini di guerra.
Nella seconda città della provincia, Feltre, uno dei principali registi del terrore fu il maresciallo della Gestapo Wilhelm “Willy” Niedermayer, nato ad Appiano/Eppan nel 1913, che era già stato tristemente conosciuto a Merano durante le deportazioni degli ebrei nel settembre 1943.
Trasferitosi nel Bellunese, Niedermayer fu un altro solerte interprete dei metodi barbari adottati nella repressione della crescente resistenza popolare contro l’occupazione: sul suo ruolo di carnefice esiste una notevole memorialistica. Fra gli omicidi che gli furono imputati, figurava anche quello del noto partigiano Giorgio Gherlenda, un ex militare che si era aggregato alla resistenza dopo un avventuroso rientro in Italia dal fronte russo. Gherlenda, nome partigiano “Piuma”, fu arrestato con altri due compagni mentre rientrava da un’azione nella valle del Primiero, dove i partigiani volevano liberare la moglie di un generale tedesco aderente alla congiura per il fallito attentato del 20 luglio 1944 contro Hitler. Nelle celle della caserma Zannettelli di Feltre, Niedermayer interrogò sotto tortura Gherlenda e gli altri due, Alvaro Bari “Cristallo” e Gastone Velo “Nazzari”. Quest’ultimo riuscì incredibilmente a fuggire nottetempo dalla prigione di Feltre ma non ebbe modo di liberare i compagni. Lui stesso fu fucilato un paio di mesi più tardi a Castel Tesino (Trento) dove venne catturato l’8 ottobre 1944 durante un rastrellamento da miliziani nazisti locali del Corpo di sicurezza trentino (Cst), mentre cercava riparo con la nota partigiana Clorinda Menguzzato “Veglia” (violentata, torturata e uccisa il 10 ottobre 1944).
Bari e Gherlenda furono fucilati dagli uomini di Willy sul ponte di Cesana (Lentiai, Belluno) il 5 agosto 1944: le due salme furono gettate nel Piave e vennero recuperate il giorno dopo da persone del luogo e consegnate pietosamente ai famigliari.
In una testimonianza ufficiale rilasciata subito dopo la guerra, la madre di “Nazzari” ricorda: “Il 4 agosto 1944 alle tre di notte, il maresciallo Willy Niedermayer, detto Tigre, con una pattuglia di tedeschi armati sino ai denti, sfondarono la porta di casa per cercare mio figlio, ora defunto, Velo Gastone, il quale era fuggito alle due di notte dalla caserma ove era prigioniero; là fu percosso, torturato, gli furono strappati i capelli brutalmente lacerandogli il cuoio capelluto. La sera del 4 agosto, ci sorpresero ancora in camicia, minacciarono di portarci a Bolzano se non avessero trovato mio figlio. Ci derubarono di tutti i suoi vestiti… Dopo due mesi mio figlio fu preso, torturato e ucciso, a scarica di mitraglia, in Castello Tesino. La sua morte è tomba per noi poveri genitori”.
Questo è soltanto un esempio della storia di Willy Niedermayer, una figura tragicamente ricordata da molti altri testimoni.
Fra questi, Gino Meneghel, direttore dell’ospedale neuropsichiatrico di Feltre, che fu arrestato in questa città il 3 ottobre 1944, torturato da “Tigre”, e infine deportato il 2 febbraio 1945 nel lager di Bolzano dal quale uscì il 1° maggio.
Meneghel ricorda Willy anche nel suo libro “Armati e disarmati nella Resistenza per la Libertà” (ed. Nuovi Sentieri, Belluno, 1975), a tratti con sottile ironia: “Si è tanto poi parlato di queste scosse elettriche. Con il più innocente dei sorrisi Willy Niedermayer mi domandò durante un suo garbatissimo interrogatorio, bonariamente curioso, se fossero proprio così infernali e se davvero potessero danneggiare i centri nervosi. Non risposi e non insistette, forse perché incontrò un lampo di follia nei miei occhi, forse perché mi vide ancora tremare. Adesso potrebbero fargliele provare, le sue amicissime scosse…”.
Il nome di Niedermayer è associato anche a un altro degli episodi più drammatici, avvenuto sulla scia del grande rastrellamento sul monte Grappa e sulle cime contigue, tra Feltre e il Bassanese (Vicenza), quando le truppe naziste e i repubblichini fascisti uccisero oltre quattrocento resistenti e ne deportarono circa cinquecento, tra il 20 e il 28 settembre 1944.
Willy faceva parte del Kommando diretto dal tenente Ss Herbert Andorfer (austriaco di Linz) che dopo aver guidato l’azione antipartigiana (denominata “Operation Piave”), il 26 settembre 1944 impiccò sugli alberi del viale centrale di Bassano 31 giovani del luogo che avevano ingenuamente accolto l’appello/trappola a consegnarsi ai nazisti con la garanzia di aver salva la vita.
Dopo la guerra, Andorfer trovò rifugio in Svizzera e da qui, sotto il falso nome di Hans Mayer fuggì in Venezuela. Alcuni anni dopo fece ritorno in Austria, dove visse (lavorando in un hotel) sotto falsa identità fino alla morte, nel 2008. Nel frattempo, un tribunale di Dortmund aveva emesso a carico di Andorfer una (un po’ mite…) condanna a trenta mesi di detenzione che peraltro non riguardava i crimini commessi nel Feltrino e a Bassano, ma l’uccisione di seimila ebrei dentro il campo di concentramento nazista che comandava nel 1942-1943 a Sajmište (presso Belgrado, Serbia).
Anche l’organizzatore materiale delle azioni sul Grappa e dintorni (comprese le violente rappresaglie sui civili di molti paesini) è un altro criminale nazista rimasto impunito: l’Ss Karl Franz Tausch, soprannominato “il boia di Bassano”, nato nel 1922 a Olmütz, appartenente al gruppo etnico tedesco della zona dei Sudeti, in Moravia, occupata da Hitler nel 1939.
Nel 1947 fu condannato a vent’anni dal tribunale di Brno (Cecoslovacchia) ma limitatamente al reato di collaborazionismo con i nazisti, per i crimini commessi in varie regioni d’Italia, nulla. Fece sette anni di prigione e poi, attorno al 1955 si trasferì in Germania, dove visse felicemente fino al 2008, quando fu scoperto da giornalisti italiani a Langen, non lontano da Francoforte. L’evento lo colse impreparato a questo confronto con la storia e dopo un paio di mesi si suicidò, lasciando scritto di sentirsi perseguitato dai mass media e dalla giustizia (che in realtà solo allora si stava rimettendo in moto nei suoi riguardi, alla Procura di Verona).
Per il massacro di Bassano furono invece processati e duramente condannati vari fascisti italiani, che però scontarono ben poco: li salvò l’amnistia.
Per tornare all’amico sudtirolese di Andorfer e Tausch, il maresciallo Willy Niedermayer, anche la sua vicenda processuale è esemplare di come non si fece giustizia dopo la guerra. Lo status dell’imputato di optante per il Terzo Reich rese il quadro ancora più complesso, facendo cadere fra l’altro l’accusa di collaborazionismo. Per anni il suo fascicolo fu oggetto di contesa fra il Tribunale civile (di Belluno) e quello militare (di Padova), tanto che dovette intervenire una sentenza della Corte costituzionale del 9 luglio 1959 per “costringere” la corte marziale ad assumersi la competenza piena e a procedere.
La sentenza definitiva è datata 12 novembre 1963: l’imputato fu condannato alla pena dell’ergastolo per gli omicidi di partigiani nel Bellunese nel periodo tra l’agosto 1944 e l’aprile 1945.
Ma fu una sentenza nel vuoto: di Willy ormai non c’erano più tracce da molti anni, da quando, nell’immediato dopoguerra, riuscì (o più ragionevolmente fu aiutato) a evadere da un campo di detenzione per prigionieri nazisti a Rimini.
L’ipotesi più accreditata è che si sia rifugiato in Cile per passare molti decenni in serenità: pare sia morto solo pochi anni fa.