Zenone Sovilla

Non sempre e non dappertutto si è andati fino in fondo nell’elaborazione delle colpe collettive dopo la tragica parentesi nazifascista in Europa. E anche le responsabilità individuali, da quelle strettamente penali ai fardelli etici e morali, sono spesso sfuggite al giudizio delle istituzioni e delle nuove opinioni pubbliche formatesi via via nel dopoguerra.

Larga parte di questo orizzonte rimane tuttora opaco, innumerevoli gli scheletri negli armadi sigillati, enormi le voragini storiografiche che si sono lasciate da colmare alla buona volontà di un pugno di ricercatori e di molti studiosi locali, mentre le istituzioni preposte a costruire e diffondere una memoria veritiera soffrivano qua e là di preoccupanti amnesie. Amnesie storiche che è bene dissipare, per mettere a nudo verità scomode ma necessarie, specie in un’epoca che registra pulsioni striscianti di un revisionismo (e negazionismo) indecente.
In questo ambito è meritoria quanto scrupolosa l’indagine d’archivio svolta dallo storico tirolese Gerald Steinacher (1970), sintetizzata un paio d’anni fa nel volume «Nazis auf der Flucht» (StudienVerlag, Innsbruck-Wien-Bozen, 2008).
Sulla scia di quell’opera esce ora in edizione italiana il nuovo volume «La via segreta dei nazisti. Come l’Italia e il Vaticano salvarono i criminali di guerra» (Rizzoli, 425 pagine, 24 euro»), che ricostruisce il labirinto diplomatico, con uno snodo primario in Alto Adige, attraverso il quale fu possibile la fuga a criminali nazisti (non solo tedeschi: fra le varie nazionalità, anche i fiancheggiatori italiani, arruolati sotto diverse insegne).

Numerosi i cittadini sudtirolesi nell’elenco stilato dallo studioso austriaco, che è docente all’Istituto di storia contemporanea dell’Università di Innsbruck e nel biennio 2010-2011 anche ricercatore all’Università di Harvard. Fra le migliaia di fuggiaschi compaiono nomi tragicamente noti alla pubblicistica sulla ferocia nazista, come il boia delle Fosse Ardeatine Erich Priebke, l’ingegnere dell’Olocausto Adolf Eichmann e il dottor Morte Josef Mengele.
Quest’ultimo mai catturato nel dopoguerra, visse serenamente fino al 1979 cambiando decine di identità, in Argentina, Paraguay e Brasile. Come lui, molti altri personaggi minori, tutti con le mani insanguinate, hanno trascorso anni felici, fino alla vecchiaia, come emigranti baciati dalla fortuna, dopo la fuga cominciata nel Sudtirolo e proseguita al porto di Genova (anche qui con l’aiuto di un paio di sacerdoti altoatesini), con mete come i vari Paesi sudamericani ma anche la vicina Spagna fascista o luoghi del Medioriente. Gerald Steinacher spiega fra l’altro che tra il 1946 e il 1951 vari istituti vaticani si preoccuparono di nascondere centinaia di nazisti per poi aiutarli a scappare dall’Italia grazie a nuove identità e ai titoli di viaggio forniti generosamente dalla Croce rossa (pare ne abbia rilasciati ben 120 mila a militari, collaborazionisti e vari personaggi compromessi).

Senza dimenticare il ruolo dei servizi segreti occidentali che nell’incombere della Guerra fredda si spinsero ad accogliere fra i propri agenti ex ufficiali delle Ss. Lo sguardo di Steinacher apre una preziosa e sterminata prospettiva di indagine storica anche per la nostra regione: sono molte le figure sulle quali fu calato l’oblio e che meritano di essere tirate fuori dalle caverne della storia, se non altro per rendere giustizia alle loro vittime e per offrire uno spunto di riflessione ai giovani e meno giovani d’oggi che a forza di celebrazioni rituali rischiano di perdere la memoria viva. Come noto, sudtirolesi erano fra l’altro anche i manovali e comandanti di buona parte della pesante repressione che nel periodo dell’Alpenvorland colpì in particolare la provincia di Belluno (aggregata con Trento e Bolzano al terzo Reich). Nel Bellunese la Resistenza (con connessioni fino in bassa Valsugana) era attivissima (564 caduti in combattimento, trecento i feriti) e perciò la zona fu martoriata da una vera e propria politica del terrore nazista: torture (undici morti sotto le sevizie), impiccagioni (86), rastrellamenti, fucilazioni (227), deportazioni (1667), arresti (7 mila), decine di paesi dati alle fiamme (sette le persone bruciate vive).
Qui, dal ’44, operarono sia l’Ss-Polizei-Regiment Bozen sia il Corpo di sicurezza trentino che peraltro si distinse al fianco delle Ss (e delle brigate nere) anche nella repressione antipartigiana operata in provincia di Vicenza, di Verona e di Brescia; altro che limitarsi a funzioni di ordine pubblico. Interessante, per tornare al libro di Steinacher, la vicenda di Adolf Eichmann, uno dei principali esecutori materiali dell’Olocausto, documentata da un manoscritto del nazista, che in Alto Adige fu ospite dapprima di un parroco a Vipiteno e poi si nascose nel pieno centro di Bolzano in un convento dei Francescani (poi il Sud America nel 1950 e dieci anni dopo il «sequestro» a opera del Mossad e il trasferimento in Israele per il processo con la condanna a morte). Davvero molte le cose preziose da conoscere; almeno per chi vuole sapere e capire.


da www.bellunopop.it/